Pubblica amministrazione e PMI: ma che è successo allo smartworking?

Più che aver creato nuovi strumenti e nuovi spazi, la pandemia da Covid-19 sembra aver solamente accelerato il funzionamento di modelli che erano già in uso in moltissime realtà lavorative. Eppure, a distanza di circa 10 mesi dall’inizio degli incentivi per lo smartworking, appare evidentissimo un enorme divario tra il lavoro delle PMI e della pubblica amministrazione.

Come mai? Ecco qualche possibili causa.

Pubblica amministrazione: prima e dopo la pandemia

Prima della pandemia, solamente l’8% dei dipendenti poteva lavorare in modalità agile da casa. Con i lockdown, la percentuale è raddoppiata, arrivando a sforare il 16% del corpo totale.

E’ evidente che alcuni impieghi di PA non siano sostituibili con lo smartworking: forze dell’ordine e medici di ospedali e centri pubblici devono continuare, ovviamente, a recarsi giornalmente sul posto di lavoro.

 

A fine settembre, però, è risultato chiaro il ritardo della PA in questo settore. 4 enti su 10 non hanno attivato ancora nemmeno un progetto di lavoro agile. E dove invece i progetti ci sono, solamente il 12% dei dipendenti ne usufruisce (contro il minimo del 10% prescritto dalla Riforma Madia).

Sembra chiaro allora che il processo ha riguardato le PA non per ragioni di volontà, ma di puro adeguamento. Probabilmente, se non ci fosse stata la pandemia, le percentuali sarebbero rimaste sotto la norma ancora per molto tempo.

PMI: cosa è successo

Le grandi e grandissime aziende avevano in larga parte già avviato progetti di smartworking nel 2018-2019: la percentuale durante la pandemia è cresciuta solamente di due punti percentuale, dal 56 al 58%. Un numero impressionante, se raffrontato a quello della PA, o delle PMI come vedremo tra poco.

 

Tutto un altro caso è invece quello delle PMI. Solamente il 12% ha aperto progetti di smartworking prima della pandemia. Oltre il 51% non si è dimostrato, durante studi ed interviste, interessato all’opzione. Perché?

I due motivi più citati sono:

  • fattori culturali: l’Italia è uno di paesi del primo mondo con la minor percentuale di dipendenti in lavoro agile, e si teme probabilmente che lo scarto sarebbe troppo complesso da affrontare e sostenere; inoltre, molti datori di lavoro si sono dimostrati preoccupati dalla perdita di produttività
  • complessità organizzativa: questo problema si potrebbe arginare con software per assistenza remota più facili da usare e più intuitivi da imparare, oppure con modalità flessibili, ma per il momento non a sufficienza è cambiato

Insomma il modello del lavoro agile è una realtà consolidata per alcune realtà, e un faticoso nuovo piano per molte altre. Timori per la produttività, diffidenza nei confronti delle nuove tecnologie e passa responsività infrastrutturale e burocratica sono indubbiamente fattori che hanno rallentato un processo che probabilmente andava avviato e fatto funzionare prima che la pandemia irrompesse. Se si fosse fatto, lo slittamento al lavoro da casa sarebbe stato veloce e tranquillo per molti più dipendenti.